mercoledì 26 giugno 2013

Curve manipolate

Vorrei condividere con voi un articolo pubblicato su la Repubblica e scritto da Guia Soncini. L'articolo in questione si intitola "Curve manipolate" e leggendolo devo ammettere d'essere letteralmente impazzita. Di solito mi piace scrivere e, per esporre un'idea, raramente mi rifaccio ad altri (a meno che non si tratti di libri di un certo spessore e argomenti d'un certo tipo), ma questo articolo non solo è brillante, fine ed accattivante. Questo articolo coglie perfettamente il mio pensiero e tutta una serie di riflessioni che mi sono ritrovata a fare nel corso del tempo. Certo, avrei potuto scrivere un post mio al riguardo, ma amo talmente tanto questo "Curve manipolate", che provo quasi più soddisfazione nell'aver trovato qualcuno che la pensi come me e che sia stato capace di esporre il tutto in questo modo così perfetto, piuttosto che nel mettermi nuovamente lì a scrivere in solitaria come se fossi l'unica con queste idee.
Ho quindi deciso di copiare qui sul blog l'articolo in questione, in modo tale da poterlo condividere con le eventuali persone interessate e che mi leggono. Al fondo vi lascio anche il link originale e spero che avrete la pazienza di leggerlo tutto, perché è davvero geniale (*¬*) ! ! !


Curve manipolate
i nostri corpi La solita lagna sulle colpe della moda e le delizie dell'essere formosa. Ma diciamolo: molto peggio di Kate (Moss) ha fatto Rossella (O'Hara )
di Guia Soncini

C'è un solo accessorio che serve, durante la settimana delle sfilate; un solo peso che non si può togliere dalla borsa, nonostante l'ingombro di quelle mille pagine: Via col vento. Appena qualcuno comincia con la solita solfa su come la moda ci renda schiave di un modello estetico anoressizzato; appena citano le passerelle dei primi anni Novanta, in cui Cindy Crawford aveva delle cosce con le quali ormai la farebbero sfilare per le taglie calibrate, di un diametro triplo di quelle che lei stessa ha adesso; appena si dà la colpa alle riviste di moda, alle Kate Moss, agli stilisti; appena qualcuno finge di credere che una ragazzina che smette di mangiare lo faccia non perché vuole morire ma perché vuole star bene in un certo vestito; appena un genitore si deresponsabilizza sostenendo che una modella che la figlia ha visto sfogliando una rivista sia più responsabile della sua formazione e dei suoi traumi di quanto lo siano i suoi genitori; appena qualcuno dice che ci stanno desessualizzando convincendoci che gracile sia più elegante, ma si sa che i vestiti stanno meglio con un po' di carne sotto (gente cui non è chiaro il concetto di "stampella"); appena parte uno di questi ritornelli conditi di lagna sui tempi moderni e rimpianti sulle formosità di quando non vi facevate dettare i modelli estetici dal giornale che state sfogliando; appena accade, c'è solo una soluzione d'urto: tirare fuori Via col vento, e declamarlo. Quasi tutto.  Dal secondo paragrafo, quello in cui Rossella O'Hara è molto fiera della propria bellezza e del proprio punto vita di 43 centimetri; al cinquantunesimo capitolo, quello in cui è disperata perché, dopo aver partorito Diletta, si è sfasciata come una qualunque anziana prozia o governante nera, arrivando al punto di misurare quasi 51 centimetri di girovita. Declamate tonanti specialmente il passaggio in cui Rossella chiede all'inserviente di provare a stringere di più i lacci del busto, "Almeno fino a 47 centimetri, altrimenti non riuscirò a entrare in nessun vestito". Poi prendete un metro da sarta (avrete anche quello, in una borsa così fornita da contenere Via col vento), fate un cerchio di 43 centimetri, e chiedete al vostro interlocutore di ripetervi quella storia secondo cui sarebbero la moda, il giornalismo, i modelli comportamentali di questi anni, ad aver imposto esilità troppo esili, magrezze esageratamente magre.  "Nella moda ogni sei mesi devono inventarsi qualcosa di diverso. Il mondo aveva voglia di vedere donne più in salute sui giornali e sulle passerelle": Alessandra Ambrosio è una modella piuttosto famosa, ha partorito due anni e mezzo fa, e ha raccontato al New York Magazine che, se avesse voluto, avrebbe potuto fare parecchie copertine col pancione. Non sarebbe certo stata la prima: solo quest'anno, ci sono state Claudia Schiffer nuda e incinta sulla copertina del Vogue tedesco, e Miranda Kerr su quello australiano. Adriana Lima racconta che l'anno scorso, quando era incinta, Givenchy la voleva in passerella, ma poi non se ne fece niente: "Non ero abbastanza grossa, volevano si vedesse la pancia". In compenso le incinte alle sfilate non mancavano: c'era Jourdan Dunn da Jean Paul Gaultier, e Miranda Kerr (una gravidanza parecchio monetizzata) da Balenciaga.  Significa che il nuovo modello estetico imposto dagli stilisti è il pancione? Se qualcuno ve lo ipotizza, contundetelo con l'apposita copia di Via col vento. Poi, dopo avergli fatto un paio di lividi, consigliategli una cura che lo liberi dalla bizzarra idea che una sfilata o una copertina impongano alcunché. Mandatelo a lezione da Alessandra Ambrosio perché impari cos'è un approccio laico: rinnovarsi, i fiorati li abbiam già fatti l'anno scorso, quest'anno proviamo le fantasie scozzesi; variare, le emaciate ultimamente si son viste troppo, tanto per cambiare facciamo sfilare le formose, le incinte, le modelle di biancheria intima. L'anno scorso Prada ha fatto un'intera sfilata con le modelle di Victoria's Secret, e io, che casco in ogni trovata commerciale fatta con un po' di mestiere, ero incantata a guardare le braccia di Doutzen Kroes, che avevano dimensioni molto più simili alle mie e alle vostre di quelle di qualunque indossatrice avessi mai visto. Significa che quest'anno vanno le braccia grosse? No, significa che, se non sai stupirmi, non si capisce perché dovresti prenderti il disturbo di mettere su una sfilata. Fermo restando il principio-stampella: i vestiti cascano meglio addosso alle magre.  L'ultima esponente del cliché della modella di successo benché voluttuosa, o in carne, o qualunque altro eufemismo per "grassa" vi venga in mente, è Crystal Renn, nel solco di una grande tradizione che ebbe in Sophie Dahl la capostipite contemporanea. Lo schema è sempre lo stesso. Modella taglia 46 viene impiegata da stilisti di gran nome che in genere usano modelle che portano taglia da modelle (diciamo una 38); ovviamente la signorina ha almeno una delle caratteristiche necessarie alla professione: è alta; questo significa che la sua 46 è quello che, su una donna di altezza normale, sarebbe una 44 scarsa. Insomma, stiamo parlando di una voluttuosa percepita, in realtà dotata a malapena di qualche curva e di braccia tornite. La signorina passa per un'eroina civile, avanguardia del necessario cambiamento del mondo della moda fin lì brutto e cattivo; i giornali possono sentirsi molto engagé perché mettono in copertina la modella grassa; gli stilisti fotografano la signorina con un campionario taglia 40, tanto nelle foto non si vede se dietro i lembi del vestito non si avvicinano abbastanza da chiuderli. Tutti ci sentiamo più buoni, neanche fosse Natale.  Solo che, dopo un po', la signorina si stufa. Per mille ragioni. Perché nessuna vuol essere uno spettacolo da circo, quella con la didascalia "La Modella Grassa". Perché alla centesima intervista in cui ti chiedono del tuo peso e del grande cambiamento apportato al glamour dal tuo avvento non ne puoi più di ascoltarti dare le stesse risposte (da un'intervista del '97 di Sophie Dahl all'Independent: "Non sarebbe male essere un po' meno un fenomeno da baraccone. Tutta questa storia della mia taglia sta diventando noiosa. Vorrei essere trattata come ogni altra modella, che gli stilisti mi prendessero perché gli piaccio e i giornalisti scrivessero di me perché sono bella, non perché sono una 46 con le tettone"). E perché c'è una ragione se il grasso superfluo è definito "superfluo": sono già bellissime, un po' più magre non possono che migliorare. Sophie Dahl, una volta dimagrita, aveva (ha ancora) degli zigomi spettacolari fin lì nascosti dalle guance paffute, e ha continuato a lavorare quanto prima (partorisce in questi giorni il suo primo figlio, e in un interessante fenomeno di chiusura del cerchio ora si occupa di libri di ricette).  Quando la Modella Grassa si stufa d'essere tale, la prima cosa che fa è dimagrire, la seconda è dimostrare di non avere mai letto Via col vento. Crystal Renn, in seguito al cui successo la Ford (l'agenzia che la rappresenta) ha aperto una divisione taglie forti (Ford+), misurava 96 scabrosi centrimetri di fianchi nella sua seconda vita da formosa, dopo averne avuta una prima da anoressica. Con un corpo taglia 46 ha avuto per gli utlimi due anni una notevole carriera come modella, poi ha deciso (lo facciamo tutte, prima o poi) che le andava di stare bene con qualunque straccio. Qualche settimana fa ha lanciato il suo vibrante grido d'accusa proprio dal sito della Ford. Dicono che sono dimagrita "perché l'industria, l'agenzia, io stessa mi sono messa sotto pressione", ma non è mica vero. Perché la pressione è contraria, e pensate un po' da dove arriva? Ovvio: da noi. "Dal pubblico e dalla stampa, e dalla loro idea che io debba essere una modella in carne". Con un carpiato di ammirevole sfumatura manipolatoria, Crystal ci accusa di voler fare di lei una bulimica: "Per restare una 46 avrei dovuto sviluppare un altro disturbo alimentare". Mentre invece la vita sana, le passeggiate, un'alimentazione equilibrata l'hanno trasformata in una modella con una taglia da modella. Quello, e l'avvento di Babbo Natale.  C'è un colpevole, dietro la mitizzazione delle curve vintage, e il senso di colpa di chi si libera del ruolo di icona paffuta: gli anni Cinquanta. Sophie Dahl racconta che Karl Lagerfeld, per consolarla quando non entrava nei vestiti, le diceva che sembrava una pin-up. Christina Hendricks, l'attrice di Mad Men che avrebbe molto bisogno, oltre che di una dieta, di un intervento riduttivo al seno, viene indicata come sex symbol da donne che fingono di non stare sempre a dieta e uomini che dicono l'odiosa frase "Mi piacciono le donne che mangiano" (salvo poi avere avuto solo fidanzate sotto la 42). Quando arriva un André Leon Talley, il braccio destro di Anna Wintour, che liquida l'apparizione della Hendricks ai Golden Globe dell'anno scorso come "più che un vestito color champagne alla pesca, sembrava un peach melba ordinato all'autogrill", finalmente possiamo ristabilire alcune regole dimenticate in nome della correttezza politica: una settima di tette starà pur bene in un porno ma difficilmente è donante in abito da sera; tra l'anoressia e la deformità delle curve ci sono parecchie vie di mezzo; le stampelle non hanno fianchi e i vestiti appesi su di esse sembrano tutti bellissimi.  Quanto una signorina grandi curve sia più difficile da vestire lo sa Talley meglio di tutti: nel 2007, quando vinse l'Oscar per Dreamgirls, Jennifer Hudson era stata consigliata nell'abbigliamento da lui. La cosa più carina che venne detta del suo aspetto, quella sera, fu: "Sembra un Ferrero Rocher". Quattro anni dopo, Jennifer non ha cambiato stylist: è solo dimagrita. Di 36 chili, diventando anche testimonial Weight Watchers. Senza fare tante lagne sulle pressioni della società e dei media, si limita a comparire alle serate di gala in invidiabili abitini taglia 40. Ha l'aria serena di chi non fa più fatica a essere carina. Non sembra più un Ferrero Rocher per una ragione che sanno tutte, da Rossella O'Hara in giù: quando sei così esile, stai bene anche vestita di tende. 



"We are being accused that some models are anorexic, but when I talk to women around the world, rich and poor and young and old and intellectual and not, what they want to be is skinny. You ask them, what is your dream? It’s to be skinny. That’s all they want."

Alber Elbaz 
( fashion designer)

6 commenti:

  1. Un ottimo articolo!
    La finale ha poi davvero dato il tocco!
    Concordo su tutto!

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    1. Anche io vedo molta ipocrisia sia nella società che a livello dei singoli individui. Quello che posso dirti è che preferisco di gran lunga attenermi all'oggettivo, piuttosto che nascondermi dietro ad un dito.
      Questi post mi hanno portato l'ostilità di diverse persone (ne ho alcune che mi rompono anche su Ask... ovviamente ben nascoste dietro all'anonimato), ma io non mi vergogno affatto di dire quello che penso e/o come stanno le cose. Forse non piacerà ad alcuni, ma che senso ha fare "sìsì" con la testa solo per non vedere una scomoda verità che sta ad un centimetro dal proprio naso?

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    3. Non potresti trovarmi più d'accordo di così. Senza contare che, molto spesso, questo atteggiamento viene usato come scusa per non dover ammettere le proprie responsabilità. Per la serie: " sì, sono grasso, ma almeno non sono anoressico!". Come se, per portare meno della taglia 44, si debba per forza essere malati. Capisco che sia molto comodo pensarla così, ma la realtà è che esistono anche persone che con disciplina, qualche sacrificio e soprattutto COSTANZA, sono magre (magrissime) e non per questo è malate.
      Sul punto di chi incolpa la moda dei disturbi alimentare, a bene vedere, anche qui mi sembra un volersi scrollare di dosso certe responsabilità. E' sicuramente più comodo incolpare una rivista che non dover ammettere che tuo figlio mangia e vomita, perché tu sei un genitore di merda o perché, quando era il momento, non hai saputo stargli accanto e vedere il disagio.

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